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La ricerca e la produzione artistica di Giacomo(Aleph)Faiella si traccia e ci segna secondo una genealogia sovversiva di mappature terrestri.

Il territorio fisico e quello mentale attraversa una deformazione del globo terrestre e acqueo (mar-terrestre) attraverso la quale diviene possibile configurare una diversa provenienza dell’origine del nostro abitare.

Un’operazione raffinatissima che si radica concretamente in una meditazione artistica e che modifica le nostre consuete desti-nazioni virando verso una dimensione nuova e singolare.

Ogni opera si lega generalmente a un discorso astratto e a una tonalità emozionale che crea empatia.

Nel lan è accaduto che l’operazione di Faiella raggiungesse una tale forza empatica da farci immergere totalmente nell’impianto architettonico. Siamo stati così sopraffatti dalla sorpresa e dell’apparente verosimiglianza.

Del resto: che senso avrebbe avuto realizzare sculture come semplice trasposizione del globo?

Come tutti gli artisti seriamente coinvolti nel trovato del loro percorso, Giacomo si misura con i vincoli tecnici, provenienza di studi che lo impegna da oltre 15 anni, per la realizzazione di opere che si mostrano attraverso una certa configurazione del mondo che svela, che ironizza, che sbalordisce e che infine lascia pensare su quanto il medium della rappresentazione incida su di noi.

Distanze spesso incolmabili si evidenziano in figure e percezioni fisiche sempre inafferrabili perché mai totalmente conoscibili, fuori e dentro le mappe, di Faiella e no.

Le nostre presenze scompaiono sulle sculture, sui grafismi, sulle proiezioni cartografiche attraverso la sua cifra d’indistinzione ma, siccome spettatori, siamo chiamati con tutto noi stessi a entrare nel mondo che si offre per una nuova configurazione di esso.

Il non figurare territori secondo principi geografici e/o politici che non si mostrino come una, anche se voluta, lacuna, ma lasciano intravedere il vuoto come un particolare dal quale mettersi in viaggio, per quanti siano disposti a cogliere risonanze e connessioni in seguito all’evento descritto dall’artista.

Siamo dunque tutti convocati a far parte del gioco, un gioco che irrompe attraverso un irreale possibile impoverendo la nostra progettualità.

L’opera di Giacomo Faiella nasce dal disegno manuale, transita per il suo computer scomponendosi e ricomponendosi in milioni di pixel, viaggia nella rete, si muove nei luoghi e negli incontri, approda in un video ed esplode infine in sculture lignee dinamiche.

Divenire? No. Processi d’individuazione a partire dagli oggetti tecnici, secondo quanto si mostra a noi nel cammino di Giacomo, che mettono duramente alla prova il capitale umano che non si riconosce più in un gesto privo di struttura e di sfruttamento della messa a valore del gesto demiurgico alimentato dai discorsi sul commercio dell’artefatto.

Poca cosa in termini di modifica della realtà, ora come ora. Ma nell’immaginazione, il punto di vista inizia a configurarsi estendendo il campo di operatività, per la creazione di un corpo comune.

Sembra un gioco di parole a incastro ma l’incastro è dei territori e delle loro figurazioni proposti da Faiella. Noi come la terra, disabitanti che rifiutano colonizzatori e signorie. E il fuori è il dentro, solo il taglio, necessario per costruire le sculture ed essenziale per allargare il campo scopico di noi che siamo posti di fronte ad esse, è nella carne e attraverso di essa, il nostro possibile osservare e collocarci.

La terra diventa così uno sfondo e le possibili sbobinature di fotogrammi e riprese di essa, fa di noi degli attuanti, continuamente in relazione con una pratica del fare, nel cercare l’evidenza di un luogo la cui disponibilità è caratterizzata dall’assenza totale del progetto che esso può assumere, come un accadere indipendente dai soggetti che lo abitano, preferendo il nostro essere, disponibile a diventare, scarto e residuo, ma di una diversa ipotesi di uomo e di mondo.