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Per un atlante alternativo della conoscenza
La mappa definisce misura e conoscenza, esprime i limiti e racconta in ogni momento la posizione di chi la costruisce, coinvolge la ragione produttiva e rappresentativa del cartografo.
La mappa per quanto non sia il territorio, ne rappresenta una potenza, la territorializzazione del senso, il posizionamento dell’osservatore e il racconto del viaggio.
Qui accade e si rende visibile il fatto che ogni punto possa essere collegato a ciascun altro, secondo regole immaginarie ed effettive. Sulla mappa la storia e la geografia sono intrinsecamente legate. I concatenamenti e le connessioni della geografia obiettano continuamente al corso narrato della storia, alla sua presunta oggettività, alla presunta linearità dei rapporti geometrici. I legami raccontano limiti e fallimenti, le possibilità e la fine attraverso il concetto e il disegno del limite. Proiettare la superficie curva sul piano vuol dire definire il piano di consistenza; ecco che proprio qui avviene l’incontro tra il carattere immanente della molteplicità dell’agire umano e la dimensione spaziale su cui si dipana. Simultaneamente l’agire storico e quello immaginario si manifestano, la mappa è il luogo in cui vengono costruiti i campi delle battaglie, quelli dei movimenti umani che le governano e la risoluzione dei conflitti.
I paesaggi soggettivi, gli ambienti misurati sono solo la conseguenza di tracciati immaginati che divengono reali, percorsi curvi orientati al raggiungimento di mete figurate, di rivoluzioni sperate e approdi sognati.
Le orbite dei corpi celesti come le rotte dei naviganti, descrivono un moto continuo entro cui è inscritto ciò che sentiamo e definiamo come agire e come conoscenza,  la mappa è il luogo di questo conflitto, dove la storia fa i conti ultimi con la geografia, dove il percorso incontra la sosta, il nomade la stanzialità.
Dunque la carta non è autonoma, libera dalla visione, è per sua natura funzionale, utile ad intraprendere un percorso, rivolta alla scoperta di qualcosa che è ancora ignoto.
Le carte nascondono la scoperta, come la matematica nasconde la natura. Le mappe sono un riassunto ordinato e regolato della visione di chi osserva ma devono al tempo stesso mantenere una misura oggettiva, comprensibile e praticabile, utile e trasmissibile.
La geometria del tempo è l’oggetto precipuo delle mappe, si dice che il tema della mappa sia la geometria dello spazio, di quello conosciuto e conoscibile, invece le carte geografiche e astronomiche raccontano e conservano la cognizione del tempo, la sua variabile e mutevole intensità, il suo continuo modificarsi e storico adattarsi.
Le carte geografiche a volerle leggere, raccontano la storia più di qualunque altra testimonianza, perché riducono a geometria la percezione del tempo,  per percorrere e comprendere il senso del movimento, la sua dinamica singolare e quella collettiva.
L’atlante alternativo dimostra quanto la geografia immaginaria può aiutare a comprendere l’umano e come essa stessa sia una necessità irrinunciabile, per poter intendere la scoperta di ciò che lega vita e luoghi, eccezioni e regolarità, volontà e derive.
Le mappe di Giacomo Faiella in dialogo con la patafisica conducono verso una conoscenza multidimensionale, pro-attiva, consapevole e plurale del mondo, l’atlante si fonda sul principio dell’eccezione e ne trae risultati molteplici  co-evolutivi,  parte di un arcipelago del sapere in cui arte, scienza ed ipotesi progettuali convergono nel tentativo di definire un mondo aperto, i cui mutamenti sono governati dalla conoscenza, dalla relazione e da una mutua reciproca appartenenza.
Disegnare mappe significa offrire una visione organica di spazio e tempo che per statuto rifiuta la confusione come l’ordine precostituito ma le mappe di Alef offrono l’opportunità per accedere ad una  comprensione del mondo travalicando l’ambiente in cui siamo immersi fisicamente e culturalmente.
Pietro Nunziante

La ricerca e la produzione artistica di Giacomo(Aleph)Faiella si traccia e ci segna secondo una genealogia sovversiva di mappature terrestri.

Il territorio fisico e quello mentale attraversa una deformazione del globo terrestre e acqueo (mar-terrestre) attraverso la quale diviene possibile configurare una diversa provenienza dell’origine del nostro abitare.

Un’operazione raffinatissima che si radica concretamente in una meditazione artistica e che modifica le nostre consuete desti-nazioni virando verso una dimensione nuova e singolare.

Ogni opera si lega generalmente a un discorso astratto e a una tonalità emozionale che crea empatia.

Nel lan è accaduto che l’operazione di Faiella raggiungesse una tale forza empatica da farci immergere totalmente nell’impianto architettonico. Siamo stati così sopraffatti dalla sorpresa e dell’apparente verosimiglianza.

Del resto: che senso avrebbe avuto realizzare sculture come semplice trasposizione del globo?

Come tutti gli artisti seriamente coinvolti nel trovato del loro percorso, Giacomo si misura con i vincoli tecnici, provenienza di studi che lo impegna da oltre 15 anni, per la realizzazione di opere che si mostrano attraverso una certa configurazione del mondo che svela, che ironizza, che sbalordisce e che infine lascia pensare su quanto il medium della rappresentazione incida su di noi.

Distanze spesso incolmabili si evidenziano in figure e percezioni fisiche sempre inafferrabili perché mai totalmente conoscibili, fuori e dentro le mappe, di Faiella e no.

Le nostre presenze scompaiono sulle sculture, sui grafismi, sulle proiezioni cartografiche attraverso la sua cifra d’indistinzione ma, siccome spettatori, siamo chiamati con tutto noi stessi a entrare nel mondo che si offre per una nuova configurazione di esso.

Il non figurare territori secondo principi geografici e/o politici che non si mostrino come una, anche se voluta, lacuna, ma lasciano intravedere il vuoto come un particolare dal quale mettersi in viaggio, per quanti siano disposti a cogliere risonanze e connessioni in seguito all’evento descritto dall’artista.

Siamo dunque tutti convocati a far parte del gioco, un gioco che irrompe attraverso un irreale possibile impoverendo la nostra progettualità.

L’opera di Giacomo Faiella nasce dal disegno manuale, transita per il suo computer scomponendosi e ricomponendosi in milioni di pixel, viaggia nella rete, si muove nei luoghi e negli incontri, approda in un video ed esplode infine in sculture lignee dinamiche.

Divenire? No. Processi d’individuazione a partire dagli oggetti tecnici, secondo quanto si mostra a noi nel cammino di Giacomo, che mettono duramente alla prova il capitale umano che non si riconosce più in un gesto privo di struttura e di sfruttamento della messa a valore del gesto demiurgico alimentato dai discorsi sul commercio dell’artefatto.

Poca cosa in termini di modifica della realtà, ora come ora. Ma nell’immaginazione, il punto di vista inizia a configurarsi estendendo il campo di operatività, per la creazione di un corpo comune.

Sembra un gioco di parole a incastro ma l’incastro è dei territori e delle loro figurazioni proposti da Faiella. Noi come la terra, disabitanti che rifiutano colonizzatori e signorie. E il fuori è il dentro, solo il taglio, necessario per costruire le sculture ed essenziale per allargare il campo scopico di noi che siamo posti di fronte ad esse, è nella carne e attraverso di essa, il nostro possibile osservare e collocarci.

La terra diventa così uno sfondo e le possibili sbobinature di fotogrammi e riprese di essa, fa di noi degli attuanti, continuamente in relazione con una pratica del fare, nel cercare l’evidenza di un luogo la cui disponibilità è caratterizzata dall’assenza totale del progetto che esso può assumere, come un accadere indipendente dai soggetti che lo abitano, preferendo il nostro essere, disponibile a diventare, scarto e residuo, ma di una diversa ipotesi di uomo e di mondo.

Marialuisa Matera